C’era una volta una figlia, c’era una volta una madre
(a Marcella, dedicata)

I am my mother’s savage daughter
the one who runs barefoot
cursing sharp stones
I am my mother’s savage daughter
I will not cut my hair
I will not lower my voice

E stretta nel suo grembiule dalle troppe stagioni
contro le quali premeva la parola
quasi fosse uno di quei fiori che insistono a fare compagnia ai morti che nessuno piange
la vedevo muoversi con le ombre della casa
nel loro moltiplicarsi, sfaldarsi e diventare tutt’uno con il buio della sera
in attesa che facesse capolino il respiro di mio padre
con cui si congelava la vita in ogni gesto
e faceva allontanare di là dalla porta l’ultimo pensiero di felicità
e con esso persino Dio –

le ore avevano un peso specifico che la soffocava
nel loro essere una clessidra senza stupore con cui attraversare i giorni
e misurare passo dopo passo quel perimetro
all’interno del quale tra un chiodo e l’altro una distrazione maturata come destino
doveva svolgersi, le promesse senza figli
a diventare una seconda pelle al di qua dei sogni
mentre da fuori la sorprendevano l’eco dei bambini che rincorrevano una palla
e il richiamo lontano di un cane

gli anziani a riposare, come l’affetto dopo la guerra, nel cortile.

Ricordo il rumore asciutto e incandescente della mano di mio padre
deformata in un pugno, il silenzio di mia madre a trasalire
prima di frantumarsi in ogni stanza, il vuoto
che nevicava dopo.

E stretta nel grembiule, storta nel suo asse di cenere, il dolore velato negli occhi
ricordo che mi sorrideva, senza eco come un angelo, ancora.

Davide Rocco Colacrai

Sono la figlia selvaggia di mia madre / colei che corre a piedi nudi /maledicendo le pietre taglienti /sono la figlia selvaggia di mia madre / non mi taglierò i capelli / non abbasserò la voce


Critica in semiotica estetica della Poesia “C’era una volta una figlia, c’era una volta una madre” di Davide Rocco Colacrai

La parola corrente del Colacrai attraversa un vasto sfoglio di profonde metafore, a tentare l’impossibile catarsi di un dolore ineffabile lungo le inarrestabili maschere formali, mentre i sensi partecipano vessati e leniti insieme alle reificanti sinestesie. E mentre tutto diviene e trasfigura solo il sorriso di una madre, finanche nella sofferenza, resta in essere, primo di luce, sacertà senza eco, senza analogie, senza tempo.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti