Il Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma 2021 all’artista Giovanni Gambasin

Il Comune di Canale Monterano in collaborazione con l’Accademia Internazionale di Significazione Poesia e Arte Contemporanea conferisce il Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma all’artista trevigiano Giovanni Gambasin, che offre in lascito una sua opera per esposizione permanente nella galleria comunale in Piazza Tübingen, con inaugurazione il 24 agosto 2020 alle ore 18,00.

Il premio è stato istituito per la celebrazione e l’arricchimento del patrimonio artistico della città e nel valore dialettico del divenire dell’essere nel luogo dell’arte, dimensione universale e archetipica di senso dell’uomo, per una rifigurazione prospettica del sapere, in aperto muovere veritativo.

La cerimonia conferisce ad opera del Sindaco Alessandro Bettarelli la medaglia del Leone Aureo, simbolo della città, disegnata dal direttore artistico Antonino Bumbica e realizzata con fusione artigianale del laboratorio orafo Rocchi di Via Margutta 51 in Roma, il Diploma del Comune e dell’Accademia, in Convenzione formativa con l’Università degli Studi di Roma Tre, con il Patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale e la Critica in semiotica estetica della presidente dell’Accademia prof.ssa Fulvia Minetti è esposta in connubio all’opera dell’artista, “Monterano”, che omaggia le rovine dell’urbe antica.

Critica in semiotica estetica dell’opera artistica di Giovanni Gambasin,
artista insignito del Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma 2021

L’arte del Gambasin è la vittoria originale ed inesauribile sul mythos della lacerazione originaria, della recisione del cordone ombelicale che strappa dalla vita eterna del materno, per cui l’uno divenne due e l’ombra dell’indistinzione, della pulsione, della pluralità e dell’amore fu affidata al rimosso, scotomizzata dalla luce della forma cosciente, dalla norma imperativa e dalla certezza avanzante del sapere. La ricerca dell’artista trevigiano è sentimento di mancanza dell’unità primaria e universale, di una pienezza primigenia perduta, esacerbato dalla precoce perdita personale della figura materna e dagli obblighi del servizio di marina militare, ad inseguire la tensione teleologica al Sé, all’esigenza individuativa dell’inconscio e della coscienza, in una anteriore unità di senso, ove luce e buio siano il medesimo abbraccio, perché la libertà dell’essere abiti la necessità del divenire.

Gli elementi dell’architettura pittorica del Gambasin sono frutto della proiezione spaziale della propriocezione e dell’esperienza emotiva corporea, in nome dell’archetipica indistinzione della materia di soggetto ed oggetto, di uomo e di mondo, propria della memoria inconscia e collettiva del grembo materno. L’investimento emotivo e creativo dello spazio dell’alterità oggettuale è la riconquista, attraverso l’arte, del paradiso prenatale perduto, del vissuto onirico dell’infinità di sé nella continuazione all’ambiente.

La solidità imposta dello schema architettonico formale si scioglie nel luogo dell’ironia, che domanda, che decontestualizza e che rovescia l’indiscutibilità dei significati nel provocante gioco infinito della materia e della potenza della possibilità aperta, per una nuova realtà armonica di sé e di mondo.

Da Ananke, simbolo greco della necessità mascherante, del tempo lineare, del dover essere e della geometria della forma, l’artista si volge a Pais, eterna fanciullezza del senso, al luogo del gioco libero e salvo dalle coercizioni, in microcosmici volti improvvisi e nascosti, plurali, istintuali, multiformi ed epifanici della vera e fluida identità dell’essere. È la memoria profonda che coglie del medesimo i sussulti estranianti. In ogni dettaglio infinitesimale della forma resta impigliata una materia franca, qualcosa di abissale e inesprimibile in un viaggio labirintico alla verità dell’inconscio, a cercare il paradigma, che sconvolge la visione cieca dell’abitudine e desta un nuovo principio di sé e delle cose.

L’amniotica liquidità delle forme dell’artista è rituale ontogenetico di una seminale fecondazione immaginativa della realtà. E l’ontogenesi porta con sé l’intera rinascita del cosmo, sin dalle prime forme ciliate cellulari, nel desiderio augurale di rinascita della totalità della vita, a commuovere la gestazione del passato in presenza.

In un’atmosfera contenitiva e metamorfica dell’umido derma ambientale, la pianta a croce greca della chiesa di San Bonaventura evoca la tetralogia fondatrice di vita dei quattro elementi della natura, dal blu dell’acqua, al giallo della luce aerea, al rosso del fuoco germinativo, al verde della terra. La struttura ottagonale del tetto della chiesa e della fontana del Bernini in Monterano agitano la memoria inconscia dell’archetipo del contenimento grembale e femminile, che sospinge il limite terreno del quadrato alla perfezione celeste del cerchio: l’ottagono è athanor di una trasmutazione alchemica della materia in spirito, tensione battesimale della carne alla verità, della finitudine all’infinito.

La maschera architettonica della coscienza erge le rovine di un’identità collettiva nascosta e ritrovata lungo l’axis mundi, il centro assiale dell’universo, il luogo del principio della creazione, individuato nella colonna della fontana, elemento maschile che sostiene il cielo e penetra il grembo dell’acqua, in un connubio degli opposti, nell’estasi di una ierogamia, di un sacro sponsale. La sinestesia si svolge e trasporta lo sguardo umorale nelle cose, dal loro interno a rinascere i segreti veritativi di una memoria dimenticata.

Presidente fondatrice dell’Accademia Internazionale di Significazione Poesia e Arte Contemporanea
Prof.ssa Fulvia Minetti

poster-premio-monterano-hans

Il Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma all’artista Hans Eigenheer

Il Comune di Canale Monterano in collaborazione con l’Accademia Internazionale di Significazione Poesia e Arte Contemporanea e con l’Associazione Culturale Nobile Contrada Carraiola, conferisce in prima edizione assoluta il Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma all’artista svizzero Hans Eigenheer, che offre in lascito un’opera per esposizione permanente nel foyer della Sala Natili comunale, presso piazza Tübingen, il 24 agosto 2020 alle ore 18,00.
Il premio è stato istituito per la celebrazione e l’arricchimento del patrimonio artistico della città e nel valore dialettico di sintesi delle differenti culture nel luogo dell’arte, dimensione universale e archetipica di senso dell’uomo e ipotesi configurante per una rifigurazione prospettica del sapere in aperto divenire veritativo.
La cerimonia conferisce ad opera del sindaco la medaglia del Leone Aureo, simbolo della città, realizzata con fusione artigianale del laboratorio orafo Rocchi di Via Margutta 51 in Roma, il Diploma del Comune, della Contrada e dell’Accademia, in Convenzione formativa con l’Università degli Studi di Roma Tre, con il Patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale e la Critica in semiotica estetica della presidente dell’Accademia prof.ssa Fulvia Minetti è esposta in connubio di valorizzazione della litografia in opera unica dell’artista.
pdf  L’Arte di Hans Eigenheer (Opuscolo sfogliabile su Issuu)

Critica in Semiotica Estetica all’Opera Artistica di Hans Eigenheer
Artista insignito del Premio della Città d’Arte Canale Monterano di Roma

L’Artista Hans Eigenheer è nato a Lucerna nel 1937 e non soddisfatto delle convenzioni di una cultura razionale ha nutrito la visione del mondo e la ricerca del senso dell’uomo attraverso il viaggio e lo studio della simbologia delle civiltà orientali in Grecia e in India e africane in Egitto; richiamato alla docenza all’Accademia d’Arte di Lucerna e di Zurigo, il Kunstmuseum ad Olten ospita i suoi disegni delle lezioni sulla lavagna ed è onorato del Premio d’arte della città di Lucerna nel 1997, autore di monumenti pubblici come il murale di 72 metri a Lucerna, ha lavorato a Parigi, a Firenze, a Via Margutta a Roma e da 60 anni opera a Canale Monterano creando arte, sviluppando una propria originale semiotica etruscologica e ricercando nelle forme dell’arte e del mito la simbologia archetipica di un inconscio collettivo dell’umano, per una universalità di senso, oltre la sovrastruttura culturale di una prospettiva dell’abitudine.
Le caleidoscopiche vedute grafico-pittoriche dell’artista svizzero offrono stagliate geometrie dalle intensità incisorie, in qualità di occasioni di supporto elargenti le visioni metamorfiche del molteplice sensibile del mondo e, operando un’infaticabile ricerca della massima economia segnica, conducono da una prospettiva esteriore dell’apparenza (Aussicht), attraverso un approfondimento archeologico, ad un’inerenza interiore di senso (Hinblick).
L’arte di Eigenheer, liberata da ogni necessità di convenzione, supera la natura propriamente e meramente estetica e serba una valenza profondamente formativa, nella proposta di partecipazione ad un’azione rituale per una paradigmatica visione delle cose e per un’iniziazione dell’identità, che nasce da una costitutiva perdita per apertura al mondo.medaglia-premio-monterano-hans Si abduce che il carattere visivo di quello che si possa definire il luogo fra rappresentazione (Vorstellung) e presentazione (Darstellung) dell’arte eigenheeriana s’inscriva nell’archetipo del mito orfico dello specchio di Dioniso, che inscena l’irrapresentabilità della visione originaria e il primo istante di nascita del logos: Dioniso fanciullo, l’iniziato, si specchia e scorge i feroci titani alle sue spalle, pur vedendo effettivamente se stesso, e al vissuto alienante il dio, sconcertato dall’abbaglio della visione universale impossibile, infrange lo specchio in caduta; i titani, approfittando del sorpreso sgomento sollevato, sbranano Dioniso, il fanciullo divino, che, privato del compimento del rituale d’iniziazione, mai farà ingresso al principio di realtà proprio dell’uomo adulto e resterà eterno fanciullo vivente la totalità fremente degli aspetti della vita di chi, come Eigenheer, non s’identifica nelle aspettative ordinarie. Zeus, punitore del gesto efferato, fulmina e incenerisce i titani e dalle ceneri nasce l’uomo, che dunque serba una inconscia costitutiva compresenza di titanica animalità e di divina essenza dionisiaca, poli opposti e dimenticati di cui l’arte di Eigenheer trova sempre una sintesi. Proprio e costitutivo dell’uomo, nato dalle ceneri dei titani fagocitanti il dio è così uno specchio in frantumi, ma ogni frammento, in qualità di segno, conserva la rappresentazione della visione originaria, per rimando all’oggetto, pur da un unico punto di vista.
Eigenheer viaggia, osserva, vive e colleziona i frammenti segnici dei molteplici e specchianti punti di vista culturali delle civiltà del mondo per riattivare il movimento della visione, che distrugge le stampelle dell’abito (habit peirceano): destabilizza la parvenza del segno che assegna il significato stabilito e usuale, come quello dilagante della certezza della quantificazione e della commercializzazione e invita, oltre le vesti pregiudiziali dell’abitudine, ad essere e a vedere, per cercare instancabilmente il collante di senso nel vissuto precategoriale del mondo della vita (Lebenswelt husserliano).
Eigenheer, in questo umano labirinto di cieche prospettive, cerca un’arte come ‘arto del vivere’, che muova e congiunga, che ricomponga la visione parziale dell’uomo condannato ai frammenti dello specchio infranto, che riconduca alle memorie di un inconscio collettivo dell’umano e al desiderio impossibile della visione originaria nella sintesi di soggetto e di oggetto, di sé e di altro da sé, nell’avviluppo delle spazialità che rampollano architetture e geografie anatomiche: è l’eccedenza di un sé che rinuncia ad essere solamente se stesso, che abita il mondo ed ogni cosa del mondo. Non a caso Eigenheer si traduce in italiano come “cavaliere eccentrico”, che esce dai confini angusti della norma del centro identitario. L’immaginazione dell’artista viaggia, oltre la soglia della nascita dell’uomo, oltre il nome che segna il destino di finitudine nella dipartizione fra sé e mondo, fino ai luoghi immemoriali della ‘divina animalitas’, sintesi mitologica del dio Dioniso e della ferocia dei titani.
L’arte di Eigenheer è azione intelligente (da inter-legĕre), che ‘legge tra le righe’, che trasceglie e scopre dello spazio il legame fra le cose, che tende e intreccia i fili grafici del senso, come filo d’Arianna che guida e rinasce sempre nuova identità ed espressione. L’artista non cerca la cosa, ma l’evento, il continuum dell’azione nella relazione dei passaggi delle forme, donando agli occhi le impronte sagomate sul filo del transito: poiché il sostanziale permanente, il senso, è il transitare in movimento di segni che sempre di nuovo svaniscono all’immemoriale mistero. Le creazioni dedaliche di Eigenheer sono invito all’ingresso nel labirinto dell’essere, alla perdita del principio individuationis per la partecipazione alla totalità fremente della vita: si capovolge la coscienza linguistica alfabetica nel segno semitico dell’aleph teriomorfo (lettera “A” rovesciata in testa di toro), nel richiamo selvaggio ad un vissuto anonimo plurale al mondo.
Il segno è nostalgia (Sehnsucht) che segue ineluttabilmente la memoria inconscia dell’appartenenza al grembo della donna e della terra, al contenimento primario universale che sposa gli opposti di nascita e di morte ed è la matrice di senso universale per una rifondazione inarrestabile della conoscenza di sé e delle cose. È ricerca di un inedito, sorpreso, fugace mezzogiorno che ricuce la scissione (Spaltung) di luce e di ombra, di coscienza e d’inconscio nel simbolo, che rifigura e apre nuova itinerante ipotesi rituale dell’oltre di sé. L’urgenza epifanica del mitologema del fanciullo divino, del puer aeternus, è immanenza vitalistica al mondo e volontà essente nel libero divenire di tutte le forme, mai chiuse.
Questo simbolismo mitologico non spiega, non ‘toglie le pieghe’ dell’esistere polisemico, ma lungo un iter labirintico relazionale e metamorfico, che archetipicamente e anatomicamente fonde cervello e intestino, facendo saggiamente del sapore il principio del sapere, crea immagini senza fine dello stesso abbraccio grembale fecondo dell’arte e gestante di sé, lasciandosi conoscere da ciò che non si conosce mai.

Presidente Fondatrice dell’Accademia Internazionale di Significazione Poesia e Arte Contemporanea
Prof.ssa Fulvia Minetti