11 febbraio, la valle e l’aurora

Sylvia, me ne vado
e lo faccio senza far rumore
come fossi nube o polline di maggio,
una goccia di rugiada,
la neve o un raggio.

Me ne vado
perché son satura di pioggia fino al cuore,
lascio al vento i miei sogni,
le mie ottave e il mio tremore.

Me ne vado,
volo via da questo mondo
che si esprime solo in prosa,
e diverrò eterna come un verso,
come una rosa.

Sylvia presto saremo intrecciate
come fili di cotone
e ogni nostro sentire si farà parola,
tu sarai valle ed io l’aurora.

Perdonatemi, perdonatemi,
perdonatemi,
vi amo.

Luciano Giovannini

(Ad Amelia Rosselli, musicista, poetessa e traduttrice dell’opera di Sylvia Plath alla quale si sentiva intellettualmente ed emotivamente legata. Entrambe morirono per suicidio l’11 febbraio, nel 1963 la Plath, nel 1996 la Rosselli.)


Critica in semiotica estetica della Poesia “11 febbraio, la valle e l’aurora” di Luciano Giovannini

In carezza rimata, la parola del Giovannini canta il sentimento imperituro, oltre il tramonto della vita. A ritrovare la luce diretta della presenza, il fiorire eterno della continuità di senso, oltre la finitudine della prosa è l’infinita metafora della poesia in abbraccio al mondo, che ricuce ogni rimando, distanza e assenza nel respiro unico dell’essere che lega ed esprime tutte le cose.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti