Il mio tiglio perduto
Era bello l’odore del tiglio
se era l’ombra del nostro cammino
ed era bello prendersi per mano,
tra i rovi del roseto del tuo giardino.
Era bella una strada di breccia
che la polvere imbiancava i passi
per non smarrire l’erba dei fossi.
Era bello quando il vento scrollava la pioggia
e la goccia impaurita scivolava sulla foglia
se il torrente d’amore tra le pietre scorreva
e la gonna volava come farfalla.
Il profumo dei fiori irrorava la bocca
e il girasole di prato ci voltava la faccia.
L’imbrunire arrossava le nubi con i fili dei sogni incompiuti.
Era meglio quando il tiglio celava le colline
e le gambe rincorrevano le nostre distanze,
tra le case silenziose e le sue ombre,
quando solo le parole risuonavano l’eco
e l’ascolto diventava conforto e talento,
ma era meglio la gramigna su pietre e mattoni
e i vicoli trafelati di voci e rumori,
se un dolore sussurrava confuso la pena
sulle trame scucite della tenda strappata,
a sembrare una vela dispersa sull’onda
sopra il mare ingrigito quando c’è la tempesta.
Manuela Magi
Critica in semiotica estetica della Poesia “Il mio tiglio perduto” di Manuela Magi
La parola innaturante della Magi cerca la corrispondenza fra paesaggio esterno e sentimento interiore. La poetessa si affida al tiglio, l’albero del cuore, simbolo di accoglienza e di amore che consacra all’eternità, o alla gramigna per la tenacia e l’ostinazione nelle difficoltà. La dimensione individuale trascende nel vissuto panico universale, compreso dal sembiante della natura stessa, che partecipa e condivide per una sublimazione.
Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti