Rafah maggio 2024

C’era poco cielo sulla nassa di Rafah
e volavano basso i nostri aquiloni.

Più in alto della nostra paura
sono arrivati i soldati
schierati a falange come i pedoni
di un gioco di scacchi:
hanno scambiato troppi occhi per dente.

Mi chiamavo Ahmed come altri mille,
mi chiamavo Amira come altre mille
ora siamo una fila di zeri
dopo un solo silenzio,
siamo una bonaccia
di vele bianche ammainate nelle fosse comuni.

Sono spente le grida celesti
che correvano dietro i nostri aquiloni,
sono spente dagli “errori”
delle loro granate.

Sulla scacchiera deserta
ora ululano spettri di case
dopo il rombo delle trombe di Gerico.

Resteremo come fiori schiacciati
tra le pagine bianche
dei libri di storia
in questa bonaccia di aquiloni
che cantano dalle fosse comuni
con le voci bianche
di un solo silenzio.

Valerio Di Paolo


Critica in semiotica estetica della Poesia “Rafah maggio 2024” di Valerio Di Paolo

La parola condolente del Di Paolo non trova nelle metafore la sublimazione all’orrore del vissuto bellico, il nucleo notturno resta fremente, a scuotere la coscienza dell’uroborico silenzio ineffabile. Non trova significazione la degenerazione della guerra, che nega con l’alterità il contenuto sostanziale dell’identità stessa.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti