Periferie
Oltre gli ultimi filari di gelsi
e le residue siepi di sambuco,
oltre la rustica frugalità
delle baracche sghembe
con attrezzi d’orto tenuti d’acconto,
i grandi vuoti di una pianura indifesa.
La città dispersa, che misura
lontananze in libertà di prati,
smaglia, seguendo logiche
di un pensiero unico che unisce
frammenti urbani a nastri d’asfalto.
Vie del nulla che si allungano
sul rimorso di piazze
rese vuote e inospitali,
dove i respiri, i silenzi
e anche le parole sono d’asfalto.
Fuori dall’ingannevole luminosità
dei fuochi decisionali,
dei rancori cablati,
la città sale; sale con la teatralità
di sterri, di cantieri,
bruciando tracce fisiche
e conoscenze di intere generazioni.
Con il loro stare in piedi spoglio,
al peso netto degli squarci,
qualcosa resiste e tiene vivo
il rapporto di ciò che sopravvive
alla sua stessa sorte:
capannoni dismessi, tralicci,
ciminiere, gasometri délabrés,
“tre case belle come un saluto”
che, con muta resilienza,
si affacciano su di un ponte che incombe.
Il margine è territorio di poesia,
un transito di visioni, di parole;
è luce che avanza nella città vasta,
e sbreccia sulla nudità delle cose.
Nell’incantamento breve del sogno
accende l’anima di mondi spenti
finalmente liberi di nutrirsi di vita.
Alberto Pedrazzini
Critica in semiotica estetica della Poesia “Periferie” di Alberto Pedrazzini
Aggettante, la parola del Pedrazzini sfida l’ulteriorità del confine cosciente, supera la definizione nitida, verge a margine, all’estremità, oltre il segno. È viaggio al di là dell’abito ordinario della ripetizione analogica, con movimento eccentrico al luogo rimosso e irriflesso di un senso nuovo.
Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti