Come un tarlo

Rosicchia la tua vita come un tarlo,
consumala d’una febbre infinita,
divorala come faceva il bardo,
celebrandola con brama assoluta,
estenuala col silenzio del leopardo,
quando stai per balzarle alla gola,
attizzala come un fuoco maliardo,
per farti divorare, da lei sola,
sfiancala d’anni troppo brevi,
stremala di respiri troppo fondi,
sfiniscila di pesi troppo grevi,
spossala di aneliti fecondi,
discioglila come cera di candela,
decifrala qual mistero che si svela,
danzala in gioia e così in pena,
con cuore audace mettila in scena,
ma fallo dietro uno spesso sipario,
che non vi siano sguardi sul tuo Calvario!,
che sia commedia, farsa o tragedia,
prendila per fame, uccidila d’inedia!,
sfilacciala,
qual nube chimica strisciante negli occhi,
declamala,
oltre il fragore dei funebri rintocchi,
in sarcastico spregio a questo mondo,
rendila il tuo oltraggiante stendardo!,
spremila tutta, sì, e fino in fondo,
ma corrodila!, corrodila, codardo!

Mi troverai qui, infine, rannicchiato ad aspettare,
sotto una volta di nere e grasse nubi amare,
uggiose come madide spugne enfiate di lamento,
nell’empia immolazione del mio inebriante tormento.

Andrea Di Massimo


Critica in semiotica estetica della Poesia “Come un tarlo” di Andrea Di Massimo

L’ignea celebrazione della vita del Di Massimo dispone il mondo a complemento oggetto del verbo mangiare, per l’ad-gradior, la naturale aggressività dell’io verso il mondo, che gioiosamente s’illude di un’azione transitiva. È volontà di coscienza dell’alterità: la volontà svezzata del morso della rappresentazione, che prende la vita, che la trasforma e la restituisce, per il rituale sacrificale di produzione di un significato, mai ultimo, delle cose.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti