Salverei il silenzio più della parola
Noi abbiamo fatto l’abitudine
a vivere fuori tempo, figlio mio,
al sordo passaggio dall’ora legale
e non dividere nulla con nessuno.
Ma è soltanto una combinazione
sottile quanto l’infinito
che percepiamo all’orecchio
mentre tutto si conclude.
Non andranno perdute le cose
se lasciate al proprio posto,
io salverei il silenzio più della parola
perché racchiuda in sé la misura
della nostra anima infranta.
Leone D’Ambrosio


Significazione critica della poesia “Salverei il silenzio più della parola”
di Leone D’Ambrosio
La semplicità e la linearità dei versi del D’Ambrosio nascondono e rimandano ad una ricerca profonda della soglia del senso. Il segno dell’uomo odierno è mimesi, è maschera di un’assenza: con l’alfabeto s’istituisce il significato, distinto dal senso. Ogni pratica di sapere comporta una modificazione di coscienza, un abito interpretativo, un’abitudine di prospettiva e produce le sue oggettualità, sempre relative e convenzionali, in breve tempo isolate e pregiudiziali. La parola originaria invece è fare il sacro, segno gestuale e prossimo al silenzio, volto all’oggetto della vita eterna, relazione memoriale al divino. La conclusione di una conoscenza è contemporanea apertura e riconoscimento della verità. L’accadere dei nostri tempi è sempre figura, che frange il corpo e ne fa la differenza e la distanza di un’origine unitaria perduta. È il dramma dell’uomo in esilio a se stesso nella parola, cui la sola verità del silenzio può dare ritorno.
Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti