Orme
Portava nel palmo il muggito e il trotto sbrigliato
tra quelli nel lamento degli insepolti.
Scalzo come umile accattone,
errante convertito in fame di larve nella cova,
la sete inamidata alla cavezza d’un ritorno.
Palpitava la fretta sapiente dell’erba nel rialzarsi
sotto i piedi fasciati a spaglio,
cuciti in condono di spine lacerato di cordella.
Aveva per fedele il vento, ronda agli ibridi di pianto
perforava lo strascico di piombo,
farfugliava come una pena di poveri,
implorazione dei deboli tanta carne di madri
nel grido senza gola degli eroi.
L’apatia audace grigio d’innocuo serpente
origliava fusa nella sua valle d’orzo golosa di zucchero.
Sera, come fu dolce la ginestra appena gli fu in viso!
Sole di preda la collina biancolana
risaliva docile e vagante nel tenero belato,
festosa una cincia sparse di porta in porta
del ramingo immerso di bruma,
mentre soffiava calda la rossa trama
stigma nel petto della casa sugli orti.
Schivo, s’inventò un volto…
non parlò mai delle orme di sangue…
per il resto del tempo…lo ricordo…
mio padre ebbe soltanto due paia di scarpe,
uno che spalmava di grasso nell’inverno,
e un altro… come un dolore a contenere la maschera dei giorni
faceva compagnia alla sua prima morte.
Giuliana Prescenzo


Critica in semiotica estetica della Poesia “Orme” di Giuliana Prescenzo
Corrente, la parola della Prescenzo, in un coacervo di vive e stupefacenti metafore, tenta le crude maschere formali di un incontenibile dolore, inquieto sintomo che migra e che affiora crudele all’ineffabilità di un male inestinguibile. Anche del sopravvissuto resta impigliata la vita nella guerra, i sensi restano incollati alle reificanti sinestesie dei luoghi, ove la terra confonde alla carne, ove la volontà è vento, portando il segno rituale della morte, l’esempio della vita.
Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti