Sognando calanchi

Più non sento

il respiro dei padri
trapassi remoti di stelle
zittiti da sciami di vespe
nell’ultimo giro di vite

chissà dove siete
signori di giorni defunti
sepolti da oracoli a Tebe
selvaggia vinaccia vi teme

trecento perirono in campo
di sangue lordammo guanciali
mimando perizia e potenza
gli ardori sedati dall’oppio

ormai non ci resta che l’onta
del nostro ominoso sostare
biforchi di pelle e d’intenti
striscianti di gechi fratelli

ma ditemi, padri di ieri
se più non vi regge la vista
di monadi sotto la panca
a nostra esegesi epigonica

qui nulla vi chiama a raccolta
si muore e non c’è un’altra volta
e voi più non siete da sponda
a questa frollata giacenza.

Oh padri vi prego ascoltate…
sognai d’una notte feconda
di palme al passaggio dei falchi
di terre in odor di calanchi.

Maria Teresa Infante


Critica in semiotica estetica della Poesia “Sognando calanchi” di Maria Teresa Infante

Fra visione immaginante e filosofia, la parola della Infante è un descensus ad inferos, volta a monito della imperante scissione fra essere e divenire, fra memoria e oblio, fra coscienza ed inconscio, fra rappresentazione e verità. La poetessa invita alla sintesi degli opposti, alla reintegrazione del rimosso, alla ricerca della provenienza, per ritrovare il senso, il valore delle cose e la destinazione.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti