Parola che resta
Parola,
che di verità si spiega
che di senso si carica
di membra si agita
pesante di realtà si piega
al dovere di ricominciare ancora
Null’altra scelta
che la cura di un pensiero
in una profondità riscoperta
quella dell’umano, del vero
Parola,
di continuità
nelle spire del tempo
alcun timore di perduto appuntamento
di lontana alterità
Parola che resta,
parola che vola,
ricorda, reinventa
e nella sua essenza
ritorna e consola.
Angela Maria Miceli


Significazione critica della poesia “Parola che resta” di Angela Maria Miceli
La carezza di un viaggio sensoriale ed epistemico, attraverso la dialettica di essere e divenire della parola, apre delicatamente la Miceli. La poetessa sa cogliere nella parola l’apertura della verità e l’intima qualità umana corporea e irriflessa di questa, attraverso il movimento della sinestesia, come anche lo smarrimento della verità della parola, che “si piega / al dovere di cominciare ancora” la ricerca del senso che fonda la validità del sapere, nel valore stesso di “cura di un pensiero”. Il poetare umido e salino dell’autrice mareggia dolcemente il segreto d’infinità possibile, nella parola che sa ricucire ogni distanza e ritrovare il perduto in ogni tempo, fino a toccare il suolo più profondo della “parola che resta”, supporto fra dicibile e ineffabile, di continuità al mondo. È questa la parola salvifica di tutte le arti, che guarisce affanni e dolori dell’uomo con il balsamo della sua essenza sonora archetipica, che gocciola una leggerezza profonda d’infinito: condizione prima e origine del divenire dei significati alla vita.
Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti