Premio Poesia 2020

Poesia 2020 – Vittorio Di Ruocco

Il vento silenzioso della morte

È un vento silenzioso quasi astratto
a trascinarci verso l’orizzonte
che appare come l’orlo dell’abisso
a noi viventi all’ombra della morte.
La piazza vuota al colmo del mattino
rende lo sguardo muto e sconsolato
a chi quasi a difendersi dal nulla
s’affaccia appena ai bordi della vita.

Il tempo sembra immobile, è un tormento
come una spada pronta a trapassare,
che fissa ad un centimetro dal cuore
non indietreggia né si lascia andare
al colpo che dilegua l’agonia.
Stammi vicina amica mia speranza
rinuncia ai tuoi propositi di fuga
da questa terra amara e maledetta,
rendimi almeno un palpito di luce.

Fa’ sì ch’io qui non resti a consumarmi
tra pile di ricordi e di rancori
ma possa ancora prendere per mano
la donna mia che attende sulla soglia
avvolta nel vestito dell’amore.
E se grida più forte la tempesta
e la paura annera ogni sorriso
perché il nemico occulto ci divora,
tu non abbandonarci alla deriva
ma guidaci nel tempio dell’aurora,
lontano, via da questa infausta notte.

Insegnaci ad usare le parole
raccolte lungo i viali del silenzio
per colorare di nuova bellezza
il volto sfigurato della vita.
Vedrai ritorneremo a camminare
con gli occhi accesi dalla meraviglia,
e finalmente ancora a respirare
il brivido innocente di un abbraccio.

Vittorio Di Ruocco

Critica in semiotica estetica della Poesia “Il vento silenzioso della morte” di Vittorio Di Ruocco

La parola cantata del Di Ruocco, salvifica, libera l’uomo dal vento della morte e dissuade al vento della speranza. La tensione della condizione segnica dell’uomo rimanda alla quiete all’oggetto di morte e, se prima dimorava naturalmente all’ombra oltre orizzonte, ora è al nulla che abita appena oltre la finestra e che il sole pieno della coscienza e della piazza del paese non possono osteggiare. Eppure, il poeta invita all’invocazione della speranza fertile dell’immaginazione di futuro, che fa dell’uomo non più mera intenzione di morte, ma progetto d’amore, di parola, di […]

Poesia 2020 – Umberto Di Pietro

Sere di maggio

Tardo, quel tempo, ormai sì lontano
Trascorso nella quiete di silente borgo
Belli, i ricordi, che in mente mia allocano,
Serate di maggio, che più non torneranno
L’usar sedersi della propria casa all’uscio,
A smaltir del giorno andato il caldo,
E diurno faticoso operar ne’ campi.
Tutto era silenzio, di tanto in tanto, una
Melodia di voci.
In adorne edicole, da cero Illuminate,
Si usava cantar alla Madonna
Un salmo
Soave profumo di ginestre
Da rigogliosa valle saliva
L’incrociar dell’amato
Sguardo, volto arrossiva
Altalenanti, fosforescenti lucciole,
Apparivano
Più nitide sembravano le stelle
E l’ammirar un canto che saliva
In alto
Cuor mio, or piange, nel desio intenso
D’aver ritorno a quel ch’oggi mi manca.

Umberto Di Pietro

Critica in semiotica estetica della Poesia “Sere di maggio” di Umberto Di Pietro

Musicale, la parola del Di Pietro accompagna fedele il tempo cadenzato che ritorna, che non conosce la fuga e la perdita, che rituale appoggia sulle fondamenta salde del valore, per un ricordo, per un riaccordo originario, per una verticalizzazione nella sacralità. La comunità è invocazione e celebrazione, ogni gesto è la salmodia di un segno che rammemora il divino, per l’oggetto di vita eterna. L’edicola è ‘aedes’: il luogo costitutivo dell’ardenza del sacrificio della vita, che al singolare è casa e al plurale, nella condivisione del senso, è tempio mariano che a Dio rifonde.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

Poesia 2020 – Simona Grillo

Lascia che proceda

Dunque lascia che proceda per questo
infinito viaggio colui che conosce
la rotta o lo presume,
io mi fermerò sulla riva per
attendere un segno.
Me lo sussurrerà il mio sangue di
sale e tempesta,
o la perla di nuvole
del cielo di novembre
mi avvertirà con un sinistro
bagliore che il tempo è ora arrivato.
Forse con la mia pazienza estenuante
forzerò le cose a dirmi il segreto
confuso, la strana sensazione di
esistere.
Parlerà la roccia immemore,
gorgoglierà nei secchi rami
la vita fluida in silente attesa,
il sonno dell’incipiente inverno
sarà gravido, silenzioso tumulto.
Nella neve calpestata leggerò
una gioia fanciullesca e temeraria
e nell’aria umida della notte
respirerò ancora l’odore antico
di castagne e di ceppi.
Mi leverò leggera nella luce
rosa dell’alba grata alla vita,
fedele al cammino e alla mia
solitaria stella nomade.

Simona Grillo

Critica in semiotica estetica della Poesia “Lascia che proceda” di Simona Grillo

Libera, ossimorica ed immaginifica, la parola della Grillo denuncia il sapere cieco dell’uomo che imbraccia la via lineare della sua acritica certezza e invita all’ascolto e alla domanda, per la costruzione di una prassi diveniente dell’esistere. L’identità rinasce, al tempo circolare, dall’universalità dell’essere e senziente decostruisce, conosce e dalla sintesi degli opposti alla natura riconosce di sé il senso nuovo, mai ultimo, che genera, come stella nietzscheana, da chi si lascia fanciullo abitare dal caos.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

Poesia 2020 – Sabrina Vanini

Rumore della terra

Nel silenzio
che ci avvolge
in una notte di semiluna
l’intrasentire quel rumore
accoglie le nostre ore
nel regno dell’insonnia.
Cosa è mai?
Sarà forse quel bisarcavolo
sfuggito ai libri di storia,
musicante dell’ora sfuggente!
È il coltro del tempo
che seziona
in dolorose zolle
i nostri sogni.
Accorre in aiuto il versoio:
ne rimescola
ardori e speranze.
Tutto tace.
Ci è dato udire il nulla
fruscio atavico
strascinato a fatica
che pulsa
imperterrito
nelle auricole.
È il fruscio
silente
della Terra che ruota
infaticabile
innanzi all’umanità.
È speranza globale.

Sabrina Vanini

Critica in semiotica estetica della Poesia “Rumore della terra” di Sabrina Vanini

Con ironica verticalità, la parola della Vanini scandaglia le forme del tempo: quella lineare al taglio doloroso di lama del coltro per l’aratura a ferita e quella circolare all’orecchio del versoio, che rovescia e ascolta e risana la terra, per il seme del senso. La poetessa trova nel rumore rotazionale della terra la memoria immemoriale e archetipica del supporto d’eternità della vita corrente. La vita umana è allora l’insonne e travagliato trascorrere della vita eterna nel corpo, perché la vita eterna non accade, se non nella speranza della figura.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

Poesia 2020 – Rodolfo Damiani

Notte di malinconia

Dei muti spazi
Il lago gelido riflette
Misteriosi argentei abissi
A smarrirmi
Tutto un fremito
Il cantor della notte, l’usignolo
Trepido prigioniero mesta melodia
Di cieli liberi abisso di stelle
Degli spazi cinguettava libertà
Io prigioniero socchiusi ho gli occhi
Aperto ho la cella al prigioniero
Un trillo di gioia melodia che si allontana
Senza lacrime il pianto del ricordo
Mi sussurrava di te
Nella solitaria sera lagrime di sale sazie
Di un amore mai fiorito
Del canto d’amore sognato
Di note di solitario violino alla luna calante
Geme il mio cuore singhiozza
Invitanti le acque corrusche
Del lago chiamano
A dare la pace nell’oblio.

Rodolfo Damiani

Critica in semiotica estetica della Poesia “Notte di malinconia” di Rodolfo Damiani

Continua e incessante, la parola inarcata del Damiani, salta e sutura gli spazi muti di senso, a lenire la ferita dell’uomo mancante di sé alla natura, a liberarsi dalla prigionia di finitudine della condizione segnica nel canto poetante e umbratile dell’usignolo, al volo inarrestabile del significato, finché i sensi, travolti dalla sinestesia della memoria d’amore, non naufraghino, oltre la rappresentazione, all’oblio delle sole note del cuore.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

Poesia 2020 – Mauro Montacchiesi

Alla mia malinconia

Pur s’è confuso tra le fioche luci il tramonto.
Il mondo non s’è accorto
delle tue dita intrecciate alle mie,
nell’oscurità di cobalto
che inizia ad ammantare il creato.
Gioisco dal mio balcone,
del delirio della maestà di luce
calante sopra le cime, laggiù.
Talora, similmente all’acciaio,
mi si incendia un lembo di tramonto
in mezzo alle dita.
E mi sovvengo di te, del tuo cuore assillato
dalla stessa malinconia che vedi in me.
In quale landa dal cuore arido eri in quel tempo?
Per quale motivo mi avvolge
l’intero sentimento, repentinamente,
allorché mi ritrovo malinconico
e ti percepisco distante?
Dalle mie mani mi son scivolate le poesie,
quelle che di solito leggo al calar delle tenebre.
Ogni volta, ogni volta che mi lasci al tramonto,
mi sento come le vette laggiù,
risucchiate dal vortice del buio.

Mauro Montacchiesi

Critica in semiotica estetica della Poesia “Alla mia malinconia” di Mauro Montacchiesi

La parola dedicata del Montacchiesi abita il romantico dolore della mancanza costitutiva dell’uomo, che innamorato cerca la sua nostalgica interezza perduta alla natura, all’ora del tramonto, nella sintesi fra la luce della coscienza e il buio dell’inconscio, nella tensione creatrice immaginante, a generare la poesia dell’istante. Allora le dita s’intrecciano alle amate dita rosee della luce, della natura pungente dell’acciale, perché la natura trafigga, coabitante, l’essere dell’uomo, la cui solitudine non è che il buio lancio di una domanda.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

Poesia 2020 – Massimo Mezzetti

Fiammella

Una fiammella
misurò il tempo delle notti,
sospesa nella cera
sollevò dalle ombre
l’intimità della luce.
Parole sfiorate, svelate,
avvinte risvegliate,
furono oasi d’arte
etimologie scolpite
dipinte dal vero,
ebbero sogni e carezze,
gocce d’infinito
versammo le stelle
nella nudità
di una rossa candela.

Massimo Mezzetti

Critica in semiotica estetica della Poesia “Fiammella” di Massimo Mezzetti

La fugace e profonda flagranza della parola del Mezzetti abita la rêverie immaginante dell’elemento igneo ad accendere con la candela, primo e nascente, uno sguardo di verità, nuova ipotesi di sé e di mondo. L’uomo è alla bachelardiana fiamma, che consuma e rigenera coscienza dall’inconscio, nel misterioso luogo del divenire fra la vita e la morte. Nel movimento della contraddizione, per la coincidentia oppositorum, chiama e anela al mirabile sussurro della radice della conoscenza, nella memoria. La fragile finitudine di una candela contiene il paradosso dell’eternità dell’astro nell’istante di senso.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

 

Poesia 2020 – Mario Pizzolon

Vita brezza solare

Vita, brezza solare
dolcissima e assurda,
viaggio nello scontro con Dio
nell’universo coerente.

Scandalosa, impossibile mappa
di un’isola di cosmo
ove inquadrare il nostro dolore
e urlare una dignità.

Limitati nel contemplare, nel capire
la pioggia nel deserto, le scelte dell’ònagro,
la bizzarria dello struzzo,
il partorire impervio delle capre nubiane.

Rimangono sillabe gocciolanti
rinuncia dolce alle parole insipienti
capacità di sole domande sospese
nell’universo coerente.

Mario Pizzolon

Critica in semiotica estetica della Poesia “Vita brezza solare” di Mario Pizzolon

Fisica e metafisica, la parola del Pizzolon s’interroga sulla divina coerenza della natura, che si oppone alla contraddizione dell’uomo. Il viaggio del movimento dialettico della coscienza, che non conosce meta, è la caduta in errore e in doglianza e il risollevamento nel valore umano del dire: della consapevolezza di un senso. La domanda e l’inconsapevole meraviglia della scoperta dell’appartenenza alla natura è il solo possibile passo dell’uomo.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

 

Poesia 2020 – Mariacristina Lunardi

Quattro

A volte vorrei – nottetempo –
rifarmi da capo
come un embrione
una piccola radice
come un tuorlo d’uovo
un indizio di vento.

Mariacristina Lunardi

Critica in semiotica estetica della Poesia “Quattro” di Mariacristina Lunardi

La tetralogia figurale della Lunardi è un viaggio rituale e archetipico elementare, per rifondare la genesi di un cosmo dal caos, che scaturisce dalla rottura notturna e catartica delle certezze, perché il paradosso dell’insensatezza, della contraddizione insoluta, sia il paradigma di un nuovo concentrico principio cosciente dell’uomo alla natura: il segno di una rinnovata volontà, dell’infinito possibile del movimento essente.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti

 

 

Poesia 2020 – Marcello Di Gianni

Ho costruito e distrutto

Ho costruito e distrutto le aurore
che accarezzavo al suo nascere;
ridotto in brandelli le mie gioie
E perso ora fuori dalle mura.

Una triste barca lacerata, laggiù
approda a passi lenti sulla terra,
e conduce a riva cuori e anime
a cercare altre false speranze.

Umido e nebbia impercettibili
Si posano sulle mie guance
Come il destino che si poggia
sulle labbra degli amanti.

Eppure le sfumature invisibili
riesco a percepire nettamente:
il verso degli uccelli compatti,
la neve che si poggia solitaria.

E levandomi sulla punta dei piedi
per occultare i miei duri passi
mi accingo a camminare scalzo
con in mano una croce sbiadita.

Ho costruito e distrutto la brama
di ricercare il senso della morte;
e con in mano un ramo sottile
ho già dimenticato dove ho pianto.

Marcello Di Gianni

Critica in semiotica estetica della Poesia “Ho costruito e distrutto” di Marcello Di Gianni

La quartina amara e soliloquiale del Di Gianni è la cadenza rituale di una speranza disperata, per il tempo del fanciullo cosmico eracliteo, che crea e distrugge i mondi come i modi di se stesso. È l’innocenza del presente, che è nebbia e oblio, è il gioco del divenire che accetta il nichilismo della morte del divino e ascolta la morte del senso, per un senso nuovo, che cammina sotto i sensi aperti. Non c’è causa, né fine, se non l’accadere eternamente ritornante, libero e necessario fra coscienza e inconscio, del nascere e del perire.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti