Invocando una Musa

Ti invoco
in questo gomito di tempo
dove incuneo le mie calme abitudini,
mentre un sole liquido
scandisce ore limpide
ai piedi di un’estate
dileguata nella polvere.
Avvolgi di te ogni feritoia dei sensi,
con la tua pazienza ancestrale
illumina la mia fiamma ostinata
china nella fatica del transito
adagiata su malinconiche soste
mentre trattengo il giorno
dentro ritmi feriali
scanditi da promesse bugiarde.
E’ docile la mia resa mentre
raccolgo i tuoi silenzi
nella fulva offerta d’autunno
eppure non distinguo
in tuo canto velato tra arcani presagi.
Le tue immagini diafane
sono enigmi che non apprendo
se non per segni frugati
nel fondo fitto di sguardi effimeri,
nell’agonia della terra da arare,
nel metallo ramato delle chiome
e nel fumido crepuscolo
di un settembre molle e clemente.
Ti attendo
mentre un cielo inquieto già s’offusca.

Elisabetta Liberatore


Critica in semiotica estetica della Poesia “Invocando una Musa” di Elisabetta Liberatore

Il supplice anelito del verso della Liberatore spegne la certezza estiva della coscienza e il tempo comprende nello spazio difeso di un abbraccio all’essenziale: la poetessa cerca il sacrificio del verbale orpello sulle pire dell’autunno, per il dono consustanziale del silenzio. È caduco all’uomo il movimento del divenire formale, che ripete il transito trafugante l’occasione dell’origine e l’alchimia di spiritualizzazione della materia volge dalla nigredo della terra alla rubedo dell’ignea volontà, che attende l’oro notturno della conoscenza.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti